Renzo Rapacioli "Un iperrealismo di sublime abilità tecnica... - (Fabio Bianchi - Libertà)"

Presentazione di Paolo Levi

È facile ascrivere a Renzo Rapacioli ascendenze rinvenibili nell’arte americana del secondo Novecento.
Impossibile evitare che si riaffaccino alla mente le opere di personaggi della Pop Art, e ancor più dell’Iperrealismo o del Fotorealismo. E allora si potrebbe parlare degli assunti di un Ralph Goings, o di un Malcom Morley.

Nelle opere di Renzo Rapacioli il gioco tra realtà e finzione pare di primo acchito proporre la riproducibilità di una realtà fotografica, che diventerebbe quindi citazione mediata del soggetto rappresentato; ma se così fosse sarebbe un’operazione fredda e asettica. In realtà il lungo lavorio che ha prodotto luci e ombre, velature e passaggi tonali, appartiene a una notevole capacità analitica e soprattutto a una maestria squisitamente pittorica.
In queste composizioni i volumi e le forme sono disposti secondo un ordine dettato dall’interazione della luce, della sua propagazione e della sua dispersione, mentre il rilievo che i valori cromatici assumono, nei toni e nei riflessi, raggiunge un’enfasi che tende a spostare progressivamente il limite pittorico, fino ad assumere le caratteristiche di un sapiente inganno ottico.

In una scrittura così realistica, ogni singolo elemento compositivo emerge nella pienezza delle sue volumetrie, situandosi in una profondità prospettica che rende tangibile la consistenza della materia di cui è fatto.
L’osservatore si trova qui di fronte a narrazioni compiute, dove sono richiamati eventi che si compongono in universo poetico di memorie, per cui ogni accostamento di immagini assume la valenza di un discorso amoroso.
L’artista ci mostra infatti non solo la comune quotidianità degli oggetti che ci circondano, ma anche i segni e i segnali delle mitologie che accompagnano il nostro vissuto, in tutta la loro evidenza totemica e simbolica.